martedì 30 aprile 2013

Pinterest. A me mi piace.



Tempo fa avevo scritto di quanto non mi piacesse Pinterest. Ho cambiato idea. Da qualche mese a questa parte, per motivi di lavoro, mi ci sono riapprocciata. Ed è fichissimo.
Mi piace poter ordinare tutto ciò che trovo per caso in rete in cartelle tematiche sempre disponibili. Mi piace avere sempre a disposizione suggestioni visive che in un certo momento mi hanno emozionato. Mi piace riguardare alcune board e lasciarmi incantare dalla bellezza delle fotografie. Ma soprattutto mi piace rendermi conto di ciò che amo. Perché nel mio profilo, nominate con diciture che finiscono in ING, ci sono le cose per cui perdo la testa, o molte di quelle.
FlowerING. Mi piacciono i fiori recisi: le rose, i tulipani, le peonie, le dalie, i lillà, ma anche quelli tropicali e quelli di campo. Quando ero piccina, in casa c'erano sempre fiori freschi. Mamma li metteva in un vaso all'ingresso e li sistemava ogni volta che ci passava davanti. Poi ha smesso di comprarli e io ho smesso di annusarli. E spesso penso che anziché sfracassare la minchia in chat su Facebook, certi uomini potrebbero mandare un mazzo di fiori freschi, tanto per far qualcosa di utile.
WaterING. Mi piacciono i corpi sott'acqua, i contorni che diventano indefiniti, le parole che si trasformano in suoni senza senso, le bolle che escono dalla bocca e dal naso, i capelli che ondeggiano come i tentacoli di una medusa. Mi piace l'acqua salata che ti bruciano i tagli sulle labbra. Mi piacciono le piscine e percorrerle avanti e indietro fino a che la testa è vuota e leggera.
ReadING. Mi piace leggere. Mi piace guardare le persone che leggono e le loro espressioni. Immaginare in che mondo sono entrati, cosa li diverte e cosa no. Con chi si stanno immedesimando.
TattooING. Mi piacciono i tatuaggi e ciò che raccontano. Mi piace il male che fanno. Mi piace che siano per sempre, e sono poche le cose su cui ci puoi giurare, che saranno per sempre.
SunglassING. Mi piacciono gli occhiali da sole, il modo in cui danno un'espressione diversa al volto, anche se dietro alle lenti ci sei sempre tu. Mi piace avere qualcosa che nasconde gli occhi, perché gli occhi parlano e non sempre mi va di far sapere agli altri cosa dicono.
HairsylING. Mi piacciono i capelli lunghi, l'idea che crescano un po' ogni giorno, che siano la memoria storica di ciò che mi succede. Mi piace passarci le mani dopo averli pettinati, mi piace stare seduta sul letto e scogliere i nodi con la spazzola. Mi piace attorcigliarli, intrecciarli, legarli. Mi piace quando qualcuno si tocca il cappotto e dice: “Questo capello è tuo” perché vuol dire che siamo stati vicini.
RockabillING. Mi piace vivere un po' nel passato.
RainbowING. Mi piacciono gli arcobaleni, che sono l'unico motivo per cui concepisco la pioggia.
BunnING. Mi piacciono i conigli.
IllustratING. Mi piacciono le illustrazioni buffe, i disegni che fanno sorridere.
PastellING. Mi piacciono i colori soffici e polverosi.
PositivING. Mi piacciono le persone che sanno guardare con entusiasmo e fiducia alla vita.
MadonnING. Mi piacciono le Madonne. Statue, santini, quadri. Mi piacciono quelle coloratissime del Sudamerica e quelle bianchissime, immacolate. Mi piacciono quelle con il viso da bambine e quelle con le lacrime disegnate sulle guance. Mi piacciono quelle con le lucine che si accendono a mo' di aureola, quelle con la mano alzata e benedicente, quelle con il bambino in braccio.
BikING. Mi piacciono le bici. Non da corsa, niente competizioni. Mi piace il ritmo lento della pedalata, la loro leggerezza, il loro equilibrio.
PatternING. Mi piacciono le stampe. Animaletti, frutti, forme geometriche. Mi piace la replicabilità di una forma che crea un insieme.
Pois&StripING. Mi piacciono righe e pois, meglio se insieme.
SailING. Mi piace il mare e chi il mare ce l'ha dentro. Chi non ha paura di affrontarlo, chi fa lo stesso con la vita. Mi piacciono le ancore. Che àncora è ciò che ti tiene saldo in un punto preciso, ma se cambi l'accento e la fai diventare ancòra, diventa tutto ciò che deve venire.
BeardING. Mi piacciono gli uomini con la barba.
WeddING. Mi piacciono gli abiti da sposa.
HousING. Mi piacciono le case che parlano delle persone che ci abitano, che sono piccoli musei delle loro storie.
AccessorizING. Mi piacciono gli accessori. Mi piacciono i cappelli e il modo in cui tengono in caldo i pensieri. Mi piacciono i gioielli che sono come amuleti, quelli tramandati di generazione in generazione, quelli che si indossano perché ricordano qualcuno, quelli finti che ti danno l'illusione di essere una principessa.
CinderellING. FashionING. Mi piacciono le scarpe e i vestiti.
WannabING. Mi piacciono le donne così belle che ti incanti a guardarle, mi piace chiedermi se si sentano belle. Mi piace pensare che no, probabilmente non si sentono tali.
PaperING. Mi piace la carta, toccarla, manipolarla, annusarla, dividerla in pezzettini.
AdvertisING. Mi piacciono le pubblicità che raccontano storie, quelle che fanno ridere. Mi piacciono anche le televendite sui canali locali, quelle in cui sporcano tantissimo per terra, buttano polvere, vino, latte, inchiostro, e poi ti fan vedere che un aspirapolvere miracoloso pulisce tutto. Mi piacciono gli attrezzi ginnici da casa e le foto di superciccione che in un mese sono diventate magrissime.
Mi piacciono un sacco di cose, ma ogni tanto me lo dimentico. Apro Pinterest e le ritrovo, me le ricordo. Se volete dare un occhio al mio profio, here it is: Granini.

mercoledì 17 aprile 2013

Una ragazza



Sognavo da anni che mi succedesse: amici di amici che incontri per caso e che ti invitano a una festa a casa di amici, che forse è una presentazione di un libro, o forse una festa vera e propria, non si è ben capito, però noi ci andiamo, dovrebbe esserci anche quel cantautore di cui sei innamorata da anni, una roba con pochi intimi, o forse invece finisce che siamo in tanti, chi lo sa, ci sarà del vino, tanto vino, potresti venire anche tu. Vieni anche tu?

Rewind. "Dovrebbe esserci anche quel cantautore di cui sei innamorata da anni”. Sì, LUI.

Quello che inseguo ad ogni concerto nel raggio di cinquanta chilometri e a cui non sono mai riuscita a dire più di tre parole di fila senza rischiare un attacco cardiaco. Quello di cui ho i cd, la Tshirt con la sua faccia disegnata e il poster attaccato in camera. Quello a cui ho mandato una decina di volte la richiesta di amicizia su Facebook a vuoto, LUI.

"Certo che vengo, che poi anche se non dovesse venire, mi fa piacere vedere un po' di gente, non esco di casa da 10 giorni".

E va a finire che ci troviamo in un appartamento dandy chic con il salotto color salvia, la cucina tortora e la camera carta da zucchero. Un blocco di fogli e dei pennarelli all'ingresso perché chiunque potesse lasciare un piccolo cadeau artistico in memoria della serata. Cesti di fragole su ogni tavolino, tanto vino (ok, non hanno mentito) e musica in sottofondo, di quelle che non hai idea di cosa siano, tenute a un livello sufficientemente basso perché tu possa sentire perfettamente cosa ti sta dicendo il tuo interlocutore.

Tutti si conoscono, si fanno i complimenti per qualche nuovo libro pubblicato, album realizzato, film girato, mostra in imminente allestimento.
Chi non si conosce, viene introdotto agli altri con formule del tipo: “Lui è X, sta lavorando a un interessantissimo romanzo sulla caducità delle falene”, “Lei è Y, avrai sentito parlare della ricerca sperimentale che accompagna il suo ultimo lavoro discografico”.

A me sono state rivolte quattro domande: “Sei una scrittrice?” (NO), “Sei una musicista?” (NO), “Sei una pittrice?” (NO). “E quindi come mai sei qui?” (Avrei dovuto dire che stavo aspettando l'uomo della mia vita, e che nel frattempo cercavo di elaborare una frase intelligente da dirgli per non buttare all'aria questa occasione unica e irripetibile). Ho semplicemente risposto: “Mi hanno invitato degli amici”.

Dopo aver ringraziato per l'ospitalità due donne che avevo erroneamente individuato come plausibili padrone di casa, la padrona di casa - quella vera, con occhioni azzurri come le principesse della Disney – mi ha investito del prestigiosissimo compito di comunicare a tutti gli ospiti che, all'arrivo della torta in salotto, avrebbero tutti dovuto buttarsi per terra. Ho preferito farmi carico dell'altrettanto determinante compito di distribuire i bicchieri per lo spumante. Che non si trattava mica di intellettuali da quattro soldi che scelgono champagne francese. Viva l'Italia, anche se l'editoria-il cinema-la musica sono in crisi.

Poi finalmente è arrivato qualcuno che conosceva meno gente di me. Ha raggiunto un ragazzo a cui io stessa mi ero appena presentata (incluso il solito interrogatorio “Sei una scrittrice? Una pittrice? Una musicista?! “No. No. No. Lavoro come editor in un'agenzia di comunicazione digitale”) e questo gli ha presentato le persone presenti. “Lei è la famosa critica letteraria Tal Dei Tali, ma tra poco pubblicherà un libro tutto suo; lui è il mio amico di Londra e dovresti leggere la sua graphic novel perché è fantastica; lui è quello che ha curato il videoclip che ho postato l'altro giorno su Facebook e lei... lei.... lei è una ragazza”.

Io... Io.... Io ero una ragazza.

Ho scambiato quattro ultime chiacchiere, fatto il canonico giro di saluti e con la coda tra le gambe sono andata alla fermata del bus per tornare a casa.

Una ragazza.

Che poi, alla fine, mi va bene così. Perché non saprei dare una definizione di me più appropriata. Cosa sono, sto ancora cercando di capirlo, e la risposta pare essere tutt'altro che vicina. Certo non sono ciò che faccio, o almeno non solo.
Sono una ragazza, va bene. Poi facciamo che ci mettiamo accanto qualche aggettivo, di tanto in tanto. Ma non sempre gli stessi. Una ragazza triste, alle volte. O una ragazza molto allegra, altre. Una ragazza solitaria, spesso. Una ragazza espansiva, certamente non in inverno. Una ragazza autoironica, tendenzialmente.

Una ragazza.

Dire che il cantautore della mia vita non è mai arrivato alla festa, mi sembra inutile, giusto?

giovedì 4 aprile 2013

Stupore e tremori


- Devo portarti un libro: prima o poi farai quello che ha fatto la protagonista.


Me l'ha detto la mia capa, dopo 10 ore di lavoro e con una presentazione da finire entro sera.

Il giorno dopo, di fianco alla tastiera, c'era Stupeur et tremblements, di Amélie Nothomb.

Conoscevo già la scrittrice e la sua biografia - figlia di un ambasciatore belga, cresciuta in Giappone, poi in Cina e poi ancora a New York e in Bangladesh, perfettamente bilingue franco-giapponese, un passato da anoressica, un look estremamente stravagante, un ottimo successo di critica internazionale, qualche premio – e questo romanzo era uno di quelli che più volte avevo preso in mano in libreria, mettendolo però sempre tra i “Da leggere”.

La storia, autobiografica, è quella della stessa Amélie, che inizia a lavorare come interprete in una multinazionale giapponese con grande entusiasmo e luminose aspettative, certa di poter offrire all'azienda le proprie competenze linguistiche in quanto madrelingua giapponese e francese.
Il suo percorso professionale, tuttavia, inciampa nelle regole rigidissime che stanno alla base della cultura nipponica e che regolano le gerarchie interne della struttura, portandola a compiere una graduale retrocessione di ruolo, che da aggiornatrice dei calendari arriva fino a quello di sorvegliante dei bagni.

Ricapitoliamo. Da piccola volevo diventare Dio. Molto presto compresi che era chiedere troppo e versai un po’ di acqua benedetta nel mio vino da messa: sarei stata Gesù. Presi rapidamente coscienza del mio eccesso di ambizione e accettai di ‘fare’ la martire, una volta diventata grande. Adulta, mi decisi a essere meno megalomane e a lavorare come interprete in un'azienda giapponese. Sfortunatamente, era troppo per me e dovetti scendere di un gradino per diventare ragioniera. Ma non c’erano stati freni alla mia folgorante caduta sociale. Mi venne dunque assegnato il posto di nulla facente. Purtroppo - avrei dovuto sospettarlo - era ancora troppo per me. Ottenni così l’incarico estremo: guardiano dei cessi.

Amélie accetta le diverse mansioni che le vengono via a via assegnate di buon grado, cercando sempre di trarre da esse l'occasione per comprendere meglio una cultura che in parte le appartiene, ma di cui capisce di non essere parte integrante. E poi c'è una notte di follia, in cui resta sola in ufficio per portare a termine un lavoro che non è in grado di svolgere: la ragione cede terreno al delirio più totale, ed ecco che si spoglia, salta sulle scrivanie, abbraccia i computer e si addormenta per terra fino al mattino successivo.

Credo che la mia capa mi abbia immaginata così, a perdere la testa, un giorno, nel tentativo di capire le regole di un'agenzia di produzione digitale.
Che ok, non sarà difficile quanto comprendere l'antica e affascinante cultura nipponica, ma poco ci manca, almeno per chi fino a pochi mesi fa faceva tutt'altro lavoro.

A partire dal vocabolario, che non è giapponese, ma certo non italiano. E chissà perché.
Non si danno indicazioni: si brieffa. E poi si debrieffa.
Non si fanno chiamate, ma call.
Vuoi un parere? Avrai un feedback.
Non si sviluppano idee, ma concept. E mi raccomando: che siano ingaggianti, che creino community building, che stimolino l'acquisition di nuovi user.
Questo è possibile solo grazie allo storytelling, guai a chiamarla una semplice narrazione.
Una volta trovato il giusto concept, ciò che ti resta da fare è esploderlo e poi stressarlo. E a te capiterà probabilmente lo stesso: ti stresserai ed esploderai.
Non hai capito? Chiedi al pm, ma non essere così stupido da pensare a un Pubblico Ministero: è il project manager e ha in mano il tuo tempo; lo plasmerà,rendendolo un risultato.
Il pm potrà convocarti a una riunione, ma non te lo dirà: ti manderà un'invitation, che aggiornerà il tuo calendar.
E tra una riunione e l'altra, potrai fare una pausa, in area break, per poi tornare alla tua postazione ad aggiornare Ped da salvare in ppt.

Per un mese, lo ammetto, sono stata spesso sul punto di piangere. Mi chiedevo chi me l'avesse fatto fare, di cambiar vita. Che io detesto non saper fare le cose, e ancor più non capirle. Riempivo quaderni di appunti e mi segnavo con un puntino colorato le parole che non conoscevo, da cercare su internet una volta tornata al mio computer.
Poi ho iniziato a ragionare come Amélie:

Da bambina volevo fare la scrittrice e inventare storie che facessero sognare la gente. Poi ho capito di essere troppo ambiziosa e mi sono accontentata di fare la giornalista, raccogliendo le storie che trovavo e raccontandole a modo mio, perché altri le conoscessero. Ora creo contenuti digitali che facciano divertire gli utenti dell'internèt (come lo chiama nonna), perché me lo chiedono delle aziende in cerca di nuovi consumatori.

E non è proprio salvare il mondo, ma in fondo mi piace. Fino al giorno in cui i miei colleghi mi troveranno addormentata sotto la scrivania, coperta da tutte le carte di merendine che consumo compulsivamente durante la giornata. 

sabato 30 marzo 2013

Dormivo con i guanti di pelle


Ero all'università, quarto anno, quell'età in cui sei stufo di essere uno studente e non vedi l'ora di iniziare una brillante ascesa nel mondo del lavoro. Io non sapevo cosa volevo fare da grande, ma avevo voglia di farlo. E le due cose, combinate alle crisi ormonali e alle altissime aspettative altrui circa il mio futuro, producevano un effetto a dir poco destabilizzante.

Nelle ore buche, tra una lezione e l'altra, andavo alla Feltrinelli di via Piemonte, alle volte da sola, alle volte con A. Ci sono quelli che odiano le grandi librerie, un po' asettiche, un po' “supermercato dell'editoria”. A me son sempre piaciute, perché posso starci dentro tutto il tempo che mi serve per scegliere cosa leggere senza che nessuno mi metta fretta.

In uno di quei pomeriggi, mi è capitato tra le mani Il segreto del mio insuccesso. Il titolo sembrava fatto apposta per me. Ho aperto il libro, ho annusato le pagine (banale feticismo del lettore medio), ho letto l'ultima riga (stupida abitudine tutta mia) e sono andata a guardare la biografia dell'autore (ognuno ha i suoi piccoli riti, ok?).

mercoledì 27 marzo 2013

Lo strano caso dei denti che si allontanano



Sabato pomeriggio, la nana (meglio nota come Lara, protagonista della rubrica “Lei sì che ne sa”) se ne è uscita con una delle sue acute e lapidarie osservazioni.
- Ti si stanno allontanando i denti.

E con questo si riferiva a uno strano fenomeno che da qualche mese interessa i miei incisivi superiori, un tempo - e dopo anni di apparecchio – perfettamente allineati, ed ora separati da una fessura che si allarga costantemente (ma prima o poi si fermerà, mi auguro). Di quelle che al mare puoi fare la fontanella, facendoci passare l'acqua in mezzo, per intenderci.
- Io mi accorgo di tutto, eh...
- Lo so.
- ...
- ...
- Prima mi piacevi di più. Anche adesso mi piaci, ma un pochino meno.
- E se si allontanassero ancora ti piacerei lo stesso?
- Penso di sì.
- Meno male.
- Ma perché si allontanano?

mercoledì 13 marzo 2013

Sofia si veste sempre di nero



Volevo leggerlo, me l'avevan consigliato più persone e ne avevo letto su un po' di riviste. Poi un giorno l'ho trovato sulla scrivania, con un post it: “Per Ingrid”.
Regalo di una collega che sorride sempre. Ma sempre davvero. E che ha sempre un libro in borsa, anzi, nello zainetto. Lo so, solo a descriverla ti vien voglia di abbracciarla.

Sofia si veste sempre di nero è un romanzo in racconti. Un po' come Il tempo è un bastardo, di Jennifer Egan (ne avevo scritto qui). Soluzione che di per sé mi piace moltissimo perché cadenza la lettura in periodi perfetti per il mio tragitto casa-lavoro. Ogni racconto vive da sé, ma insieme agli altri completa uno sguardo più ampio sul personaggio di Sofia, lungo un arco temporale di circa 30 anni.

martedì 12 marzo 2013

Lei sì che ne sa. Donne


Madre: - Ho sentito in tivù che la prima cosa che allontana gli uomini da una donna sono i tatuaggi...
Ingrid: - Probabilmente perché fanno pensare a una donna forte e sono spaventati dalle donne forti.
Lara (6anni e mezzo): - E tu saresti una donna forte?!?

Non so ingannare nemmeno una bambina di prima elementare.